Mostar perché non dobbiamo dimenticare

di Ron Bajro, Nicolò Marini, Giacomo Porrino

L’8 novembre 1993 in Jugoslavia, durante la guerra tra croati e bosniaci, i croati bombardarono il ponte di Mostar perché era un ponte simbolico che teneva uniti i due popoli, così non poterono più comunicare spezzando ogni armonia e possibilità di dialogo. Il ponte era così importante che diede il nome alla città.

Tutto questo fu organizzato e voluto dai politici locali, che volevano avere la loro piccola parte di territorio da comandare. Per fare questo i politici dissero delle menzogne ad esempio che le persone di diversa religione dovevano essere uccise. Ripetendole più volte la gente cominciò a credere a quelle menzogne, così iniziò a odiarsi e scoppiò la guerra civile.

La guerra finì nel 1995. I politici avevano ottenuto il loro scopo, la Jugoslavia si divise in tanti piccoli stati e loro li governano ancora oggi. Il ponte di Mostar venne ricostruito nel 2004 con le stesse pietre trovate nel fiume Neretva, sembrava uguale ma non lo era. Ad abbattere il ponte ci vollero pochi minuti, per ricostruirlo ci sono voluti degli anni, però la ferita è quasi impossibile da ricucire.

Il ponte di Mostar oggi non unisce più, è diventato il simbolo opposto cioè da ponte è diventato muro. I croati e i musulmani non si perdonano a vicenda. Il crollo del ponte di Mostar ci insegna che tra due popoli non bisogna costruire muri ma bisogna fare ponti, cioè bisogna unirsi non dividersi. I muri creano divisioni mentre i ponti portano unione fra gli uomini. Se cade un ponte tra le persone non basta la pietra per ricostruirlo. Tra le persone bisogna fare i ponti e non i muri. A ricordarcelo c’è una pietra davanti al ponte con su scritto “don’t forget”, non dimenticare. Perché se dimentichiamo rischiamo di ripetere lo stesso errore.